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Surrogati della plastica: idee per fare a meno del killer del pianeta

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Era il 1909, quando Leo Baekeland depositò il brevetto n. 942.699, per un nuovo materiale sintetico ottenuto dalla combinazione tra fenolo e formaldeide: la bakelite, antenato della plastica.

Sappi che l’avvenire è racchiuso in una sola parola, una sola: plastica” – dal film “Il laureato” 1967.

PlasticaNegli anni ’20 e ’30 la plastica si è evoluta e in molti hanno dato il proprio contributo per adattarla alle varie esigenze: cellophan, plastica derivata dal petrolio, ecc.

Nel frattempo l’invenzione è divenuta così popolare da essere adottata in ogni contesto e in ogni parte del mondo.

Ad oggi, 110 anni dopo, dobbiamo fare i conti con quelle che sono le conseguenze dell’uso sconsiderato di questo materiale.

La produzione mondiale di plastica è passata dai 15 milioni degli anni ’60 ad oltre 310 milioni. Di questi almeno 8 milioni finiscono in mare.

Si stima che attualmente vi siano 150 milioni di tonnellate di plastica negli oceani e, se non cambiamo le cose, entro il 2050, in mare, ci sarà più plastica che pesci.

La plastica si è sparsa come un cancro sull’intero globo.

Ne sono state trovate tracce nei ghiaccia artici e nella Fossa delle Marianne e, addirittura su una remota isola dell’Oceano Pacifico, il cui insediamento umano più vicino dista ben 5.000 km, dove la plastica ritrovata è pari a 17,6 tonnellate.

Rocce plastiglomerate

La plastica e la microplastica dispersa sta addirittura modificando la conformazione geologica del pianeta. Alcune rocce rinvenute nelle Hawaii hanno già inglobato al loro interno le microplastiche e per questo sono state definite rocce plastiglomerate.

Le idee per contrastare il fenomeno stanno aumentando giorno dopo giorno, in molti cercano di portare il loro contributo e la loro conoscenza per creare dei surrogati della plastica, per abbandonarla definitivamente un giorno e ridare nuova vita ai mari e all’intero pianeta.

Materiali organici

Un’alternativa ci viene proposta dalla natura stessa, i materiali organici derivanti da piante e animali.

Niente di nuovo, l’uomo li utilizza sin dagli albori, ma, accanto ai più noti lana, seta, cotone e lino, utilizzati per abbigliamento e biancheria, sorgono numerose altre alternative.

Con il tempo l’uomo ha imparato a conoscere il mondo che lo circonda, mondo ancora misterioso e alieno, ma che può davvero offrirci tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

Se quella della plastica è stata quella più veloce, economica, e realizzarla su larga scala non è stato un problema, la soluzione dei materiali organici potrebbe essere più tortuosa ma, decisamente, ecologica.

Evoware: imballaggi con le alghe

Dall’Indonesia arrivano gli imballaggi biodegradabili alle alghe. Si decompongono in due anni, si sciolgono in acqua e sono commestibili, caratteristica, quest’ultima, che li rende anche più salutari nella loro funzione.

Evoware, la compagnia produttrice, vuole battersi contro la plastica, che nel proprio paese non viene in alcun modo riciclata, ma il 90% di essa finisce in mare.

Nanollose: tessuto derivato dagli scarti del cocco

In Australia, invece, la rivoluzione green parte dal Nanollose, un eco-tessuto derivato dagli scarti del cocco.

Anche se il progetto in questione si basa sugli scarti del cocco la compagnia fa sapere che lo stesso processo può essere adottato con diversi scarti organici.

La rivoluzione sta passando, quindi, anche attraverso il mondo della moda, dove il nanollose non è l’unico eco materiale utilizzato, ma si vedono anche tessuti e materiali realizzati da scarti di bucce di pomodoro, gusci d’uovo, limoni, ecc.

Eco-design

Gli eco-mobili sono il risultato del green packaging di cui abbiamo appena parlato e dei biomattoni. Sono i lavori di due compagnie, l’Ecovative e la BioMASON, che insieme hanno dato vita ad una linea di mobili creata interamente da microrganismi e funghi.

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Biomobili di microrganismi e funghi

Il risultato è un prodotto completamente toxin-free e il processo di produzione, inoltre, abbatte il consumo di energia.

 

La plastica infinita

Se stiamo pensando che una soluzione può essere quella del riciclo non è così.

Non solo perché gran parte del mondo ancora non dispone di un piano efficiente per il riciclaggio dei materiali di scarto, ma anche perché la plastica ha un ciclo chiuso, oltre il quale non è più possibile essere riciclata.

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I chimici della Colorado State University, hanno realizzato una plastica infinita. Si tratta di uno speciale polimero che, a differenza degli altri surrogati, non mostra differenze visibili dall’originale, per leggerezza, resistenza al calore, robustezza, ecc.

Questo speciale polimero può essere riconvertito nelle sue molecole originali, facilmente, senza l’utilizzo di sostanze chimiche tossiche o lunghe procedure. Tutto ciò lo rende riciclabile all’infinito.

La plastica già esistente?

Si stanno, infine, pensando a soluzioni alternative per riciclare la plastica già esistente. Una maggiore informazione su come riciclare i materiali in casa e su fare a meno degli imballaggi è già un buon punto di partenza.

Ma non è abbastanza. La soluzione potrebbe arrivare da un enzima mangia plastica, una proteina migliorata da un gruppo di scienziati inglesi, derivata da un batterio mangia plastica.

Essa accelererebbe il processo di decomposizione, portandolo ad appena pochi giorni.

Sono tutte soluzioni interessanti, ma come ogni rivoluzione anche quella green parte dal basso, dalle case di ognuno di noi.

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