Amazon Alexa e i problemi di privacy

Amazon Alexa

Durante le nostre giornate siamo sempre troppo impegnati per renderci conto di quanti dati catturano i nostri dispositivi. Quante volte vi capita di installare applicazioni o software e di imbattervi nella lunghissima serie di accordi di licenza? E quanti di voi ne leggono tutto il contenuto? Probabilmente nessuno. Tra queste pagine e pagine di frasi noiose però, gli sviluppatori nascondono il potere di estrarre migliaia di informazioni dal vostro dispositivo. Contatti, postazione e permessi di controllare parte del vostro telefono o computer, sono solo alcune delle informazioni che le compagnie possono così ottenere.

Robot sempre vigili

Un gruppo di persone composto da ricercatori, avvocati e maniaci della privacy, hanno iniziato a combattere la prima battaglia contro la collezione di dati personali. La maggior parte delle compagnie di software incolpate si giustificano dicendo che è il consumatore che accetta i suoi “End User License Agreements” (EULAs) e che nessuno li costringe realmente. Secondo i ricercatori però questa scusa non è sufficiente per placare le proteste, e che il collezionare dati può essere una minaccia alla sicurezza nazionale.

Gli EULAs di windows XP

Nel frattempo emergono alla luce alcuni fatti poco rassicuranti. L’aspirapolvere Roomba della società iRobot, ad esempio, non raccoglie solamente polvere. Durante il suo funzionamento infatti effettua anche una mappatura della casa e invia questi dati alla sede centrale dell’azienda. Il motivo dichiarato? Secondo il CEO è quello di collezionare dati per migliorare il funzionamento del robottino tramite upgrade software o la produzione di nuovi modelli.

Il governo deve creare leggi che vietano o in alcuni casi limitano la raccolta di questi dati, forzando le compagnie ad essere estremamente chiari su quali informazioni raccolgono installando la loro app”, dice Michael Patterson, direttore della Plixer International (uno studio privato di cyber security new yorkese). “Dovrebbero farci sapere quando cambiano gli EULAs e inviare anche a noi i dati che raccolgono, così da essere più consci della realtà dei fatti”.

Amazon Echo
Amazon Echo

I nuovi dispositivi di riconoscimento vocale

Un’altra testimonianza giunge da un avvocato della California, già famoso per aver combattuto molte battaglie per la difesa della privacy contro Google e Microsoft. Il suo nome è Gary Reback. Secondo lui queste compagnie così grandi sono in grado di disegnare un profilo completo del singolo consumatore, al punto tale da conoscerli quanto un familiare. “Quando viene creato un tuo profilo su un database digitale, non si conosce solamente cosa compreresti, ma addirittura a chi darai il tuo voto”, dichiara in una intervista telefonica.

Ad oggi si stima che nel mondo ci sono 8.4 miliardi di dispositivi in grado di connettersi ad internet, ed il numero continuerà ad aumentare nei prossimi anni. L’entrata in commercio degli speaker “intelligenti”, in grado di ascoltare e riconoscere le nostre voci, rappresenta un evento che violerà ancora di più la nostra privacy. Di speaker pronti all’uscita ce ne sono già un po’: Google Home, ivee Voice, Cortana Smart Speaker ed i vari modelli di Amazon Echo in cui si trova Alexa sono solo alcuni tra i tanti.

Queste nuove entità in teoria servono ad accedere a servizi come Spotify, audible, radio etc, ma già adesso stanno facendo scaturire molte polemiche riguardo i dati che sono in grado di raccogliere. Frasi come “Alexa, trovami un ristorante Cinese”, “Alexa, cosa c’è sul mio calendario oggi?” e “Alexa, metti la mia musica preferita” rappresentano le parole magiche per creare una perfetta copia di se stesso in un mondo digitale.

Ma come mai le compagnie private sono così interessate a collezionare i dati dei loro clienti? La risposta, in realtà, è molto semplice: dietro i vari servizi offerti agli utilizzatori si nasconde un perverso mercato di dati. La prova è arrivata lo scorso Aprile, quando un avvocato ha scoperto e denunciato una marca di cuffie (Bose) perché monitorava tutti gli ascolti musicali dei loro acquirenti. Questa “cronologia musicale” veniva poi venduta a compagnie informatiche, per un business di milioni di dollari.

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