I dubbi sulle app di tracciamento

Saranno davvero utili?

Siamo arrivati alla Fase 2 anche noi ma stiamo ancora aspettando l’app di tracciamento che dovrebbe aiutare ad arginare la diffusione del virus. Nel frattempo che Immuni sia disponibile per il download, c’è chi si pone il dubbio su quanto possa essere realmente utile un’applicazione di questo tipo, scopriamo perché.

Le app di tracciamento

Avevamo parlato di Alypay Health Code e Corona 100, due applicazioni che hanno aiutato la Cina ad uscire più in fretta dalla fase più critica. Queste applicazioni indicano alle persone se e dove potevano uscire, generando un qr-code rosso, giallo o verde. Quello verde una volta scansionato apriva le porte di uffici, esercizi commerciali e molto altro. Queste app hanno permesso che non ci fosse un’ondata di ritorno dove i contagi erano finalmente calati.

L’idea di base è che utilizzandola tutti è possibile contenere il virus senza immobilizzare un intero paese. Questo però a discapito della privacy. Aplypay Health Code infatti si basa sull’utilizzo dei dati di geolocalizzazione quelli che, per intenderci, sono utilizzati da Google per darti la posizione esatta e guidarti con il navigatore.

In Cina e in Corea del Sud le app di tracciamento sono obbligatorie

Stessa storia in Corea del Sud, l’app però cambia nome: Corona 100m. Anche in questo caso l’uso dei dati di geolocalizzazione, più le informazioni inserite manualmente permette di avere un quadro preciso su chi è stato in contatto con chi e di stabilire quante probabilità ci sono che abbia preso o meno il virus.

Ma stiamo parlando di Cina e Corea del Sud, paesi che hanno sicuramente altri stili di vita. Molto lontani da quello a cui siamo abituati. Infatti per quanto riguarda l’app Europea si è posto come elemento principale il fatto che non deve essere necessario utilizzare il Gps.

Questo principalmente per non ledere eccessivamente la privacy, altro elemento è la non obbligatorietà di utilizzo dell’app, come invece è in Cina e in Corea del Sud: se non hai l’app non puoi andare da nessuna parte.

Lo studio sulle app di tracking

L’idea di utilizzare tutti un’app che tiene traccia degli spostamenti e delle persone con cui si è stati in contatto è necessario almeno per il periodo in cui non ci sarà un vaccino davvero efficace.

Le app di tracciamento o di contact tracing possono utilizzare varie tecnologie: Gps o Bluetooth. Uno studio dell’Università di Oxford però sostiene che potrebbero non essere poi così efficaci per diversi motivi.

Prima di tutto affinché l’app sia davvero affidabile bisognerebbe che la usassero almeno il 56% della popolazione. Il che vuol dire, escludendo bambini e persone che comunque non si sposterebbero da casa che dovrebbe essere installata sull’80% degli smartphone.

Una percentuale davvero utopistica, sopratutto considerando che qui non è obbligatoria l’installazione. Ma oltre a questo l’altro problema è che utilizzando il Bluetooth e non il Gps la segnalazione della posizione non è più così precisa.

Il Bluetooth ha un raggio di azione estremamente ampio, potrebbe dare falsi positivi

Infatti il Bluetooth ha il “difetto” di avere un raggio d’azione che va ben oltre il metro di distanza raccomandato, arrivando anche fino a 10 metri. Questa distanza associata alla caratteristica che quest’onda passa indisturbata attraverso i muri fa si che se una persona passeggia davanti casa di una persona in quarantena da covid, risulterà a sua volta a rischio.

Quindi il rischio maggiore di un app che utilizza la tecnologia Bluetooth è che generi una valanga di falsi positivi.

Un ultimo dubbio riguarda invece la vulnerabilità del sistema. Infatti il protocollo Bluetooth non è tra i più sicuri, sopratutto se parliamo di telefoni vecchi o non costantemente aggiornati. Avere costantemente aperto questo canale potrebbe permettere a dei malintenzionati di carpire informazioni personali di molti cittadini.

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